Erbe buone per l’anima e per la… gola

Tra poco ci siamo: quando il sole si fa più discreto, sotto gli ulivi cominciano a spuntare, tenere tenere, le erbe selvatiche e finalmente la raccolta può incominciare. Sono le erbe che noi conosciamo perché ne utilizziamo le vibrazioni sotto forma di essenze floreali e il cui principio attivo ci aiuta a curare diversi acciacchi. Erbe spontanee che sapientemente cucinate contribuiscono da secoli a rendere la cucina ligure, che è essenzialmente “povera”, così saporita e profumata. Tra le tante ricette che utilizzano questo bendiddio, vi presento la più semplice, ma anche quella che fa più discutere a partire dall´origine del suo curioso nome: PREBUGIUN.

Si racconta che il termine derivi addirittura da Goffredo di Buglione che aveva attraversato il territorio con i suoi crociati. Questi chiedevano offerte di cibo alla popolazione ” pro Buglione”, di qui Prebugiùn o Preboggiòn, a seconda delle zone. Il piatto è davvero elementare: un insieme di erbe selvatiche che vengono fatte lessare e poi mescolate alle patate bollite: il tutto deve essere poi abbondantemente innaffiato da ottimo olio di frantoio. Meno semplice è invece la sua composizione, che negli anni è andata impoverendosi: molte erbe ormai non si trovano più, o piuttosto, sempre meno persone le sanno riconoscere. Le principali erbe che compongono il brebugiùn sono: Cicerbita (lig. scixèrbua – Sonchusoleraceus); Grattalingua, (lig. [rat]talêgua – Reichardiapicroides); Raperonzolo, (lig. ranpunçu – Campanula rapunculus); Cicoria, (lig. radicion – Cichoriumintybus); Radicchio selvatico, (lig. denti de coniggio – Hyoseris radiata); Tarassaco, (lig. dente de can – Taraxacum officinale); Borragine, (lig. boraxe – Boragoofficinalis); Bietola di prato, (lig. gè – Beta vulgaris); Ortica, (lig. ortiga – Urtica dioica); Papavero, (lig. papavao – Papaverrhoeas).

Io ricordo, ahimè troppi anni fa, di anziane contadine che aggiungevano foglie di Pratolina (Bellis Perennis) e Violetta (viola odorata) per rendere il miscuglio “più profumato”.

Così ce ne parla il poeta chiavarese Carlo Costa (1912-2000), nella sua poesia PORTO D´ERBE:

Vaddop’erbe, talegue, radiccion, crescion, bonòmmi, sciscèrboe, boraxi; scerbo gramigna, leuggio, scioùa d’òrto; çenn-o con ‘n euvo e ‘n pò de preboggion: scòrdo do mondo coæ, bæghe, ravaxi into refugio e a paxe do moepòrto.

(Vado in cerca d’erbe, radicella, radicchio, crescione, cicerbite, borragine; estirpo gramigna, loglio, fioritura d’orto; ceno con un uovo e un po’ di verdura bollita: dimentico le voglie, le beghe, i trambusti del mondo nel rifugio e nella pace del mio porto.)

Marisa Raggio